Your are in :

Blog

L’impronta, lo sguardo, il luogo: dalla creazione site-specific all’arte site sensitive

by

text description
La Venaria Reale
text description
La Venaria Reale

«Il giardino inizia quando un uomo calpesta il suolo e si inoltra nello spazio del vegetale, del minerale. Da quel momento il ricordo della sua presenza si fissa nel luogo». Secondo Giuseppe Penone, uno dei più importanti artisti contemporanei italiani, il confine fra naturale e artificiale starebbe tutto in un’impronta. È un pensiero potente, quasi ingombrante, che ci accompagna mentre camminiamo fra gli alberi di bronzo e le installazioni di pietre e marmo che l’artista ha creato per i giardini barocchi della Reggia di Venaria Reale, alle porte di Torino. È primo mattino e, nonostante il sole finalmente primaverile e le Alpi piemontesi sullo sfondo, non ci stiamo semplicemente godendo la splendida giornata.

La passeggiata è parte fondamentale del primo workshop di Platform, il progetto finanziato dalla Comunità Europea e sviluppato dal network IN SITU, che per tre anni organizzerà una serie di meeting (gli Emerging Spaces) in cui artisti e operatori avranno modo di scambiarsi esperienze, attivare collaborazioni, e arrivare infine alla realizzazione di performance e installazioni in vari spazi pubblici in Europa. La Reggia di Diana, i giardini e il borgo seicentesco di Venaria - protagonisti di un imponente restauro che ha reinventato non solo il complesso architettonico, ma l’intero paesaggio fisico e sociale della città – sono stati scelti, non casualmente, per parlare di arte site sensitive. È infatti proprio l’idea dell’impronta, delle conseguenze di un intervento umano (nella fattispecie architettonico o artistico), ad essere alla base del neologismo coniato per espandere il concetto di site specific in una dimensione biunivoca: l’artista non è più l’unica parte attiva, che interviene su un luogo adattandovi la sua idea creativa; ma è il luogo stesso a rispondere, a vibrare, a trasformarsi in conseguenza di quell’intervento, a diventare sensibile. «L’opera d’arte site sensitive – spiega Neil Butler, fondatore dell’UZ Arts di Glasgow e decano di IN SITU - nasce come reazione al luogo, alla sua storia, al tessuto sociale e culturale. Ed è anche un messaggio che l’artista lascia sul posto, per influire, a suo modo, sulla vita delle persone».

text description

Lundahl & Seitl - Symphony of a Missing Room © Loulou d'Aki

Questo il tema, dunque, che dal 17 al 19 marzo ha tenuto impegnati cinque artisti e cinque operatori provenienti da tutta Europa attorno alle sue infinite variazioni.     

La coreografa tedesca Sabine Dahrendorf, ad esempio, intende il legame con il luogo come suggestione estetica, ricercando superfici d’acqua riflettenti, vetrate e pareti specchianti per creare un’ipnotica idea di coreografia infinita.     
Per Adam J. Scarborough, artista-attivista inglese, rapportarsi a un luogo vuol dire invece rivolgersi alla comunità che lo abita. Disegnando una nuova bandiera per un certo territorio, attraverso un processo collaborativo di ricerca di identità, Adam mira a rinegoziare la percezione di quel territorio da parte delle persone, stimolandole a riappropriarsene, perché «ogni spazio potrebbe, o forse dovrebbe essere spazio pubblico».

All’engagement politico-sociale di Scarborough fa da ideale complemento l’engagement emotivo di Matteo Lanfranchi di Effetto Larsen, che si propone di lavorare sulla memoria dei luoghi, partendo dalla più comune delle esperienze umane: l’amore. Raccolti dalla viva voce della gente, i suoi “frammenti di discorso amoroso” andranno a legarsi a siti capaci di evocare un ricordo o un’emozione, delineando così una mappatura sentimentale del territorio che, invece di rifuggire il cliché, con intenzione sfacciatamente pop, vada a inciamparvi.

A una soggettiva ridefinizione del paesaggio lavora anche il performer belga Johannes Bellinkx, partendo da un’originale considerazione sul rapporto uomo/natura: siamo abituati a osservare la natura, ma se fosse la natura a osservare noi? Con il suo “Framing”, si lancia dunque in un esperimento di re-inquadratura della realtà che, servendosi di vere e proprie scatole-cornici da cui osservare il paesaggio, vorrebbe smascherare l’ormai introiettata abitudine dello sguardo a inquadrare ogni cosa (come per scattare una foto dallo smartphone, forse?).

Dallo spazio costruito a quello sociale fino al paesaggio naturale, l’area di intervento si allarga fino allo spazio-tempo. Rachel Alexander, presentando l’affascinante progetto del collega svedese Christer Lundahl, fa fare un volo metafisico indagando lo scarto fra tempo umano ed ere geologiche e chiedendosi – un po’ come Bellinkx – come la natura percepisca il tempo: la sfida sarà riuscire a indurre nel pubblico una rimodulazione della percezione temporale.

Ridefinire, rimodulare, reinquadrare… A pensarci, il prefisso “ri” è stato il leit-motiv di questo primo meeting: è la voglia di un nuovo sguardo sui luoghi e insieme il bisogno di rinegoziare gli spazi, la loro accessibilità (politica, sociale e anche emotiva), e persino la loro naturalità o artificialità. Sognando magari, qualche volta, di ri-trarsi da quella prima irrimediabile impronta, per farsi osservatori silenziosi di un’utopica natura originaria.

Giorgia Marino
twitter: @micro_critica #sitesensitive